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Quando la catena della condivisione si spezza.

29 Set

“E se la catena della condivisione si spezza…?”

Cari amici,
in un precedente articolo ho parlato della condivisione, del suo potere e dei moderni vantaggi che offre la rete, anche per associazioni no profit come Riso Fa Buon Sangue. Il tasto CONDIVIDI permette di veicolare un progetto e, di conseguenza, creare interesse e passione intorno ad esso. Oggi voglio riflettere sempre sullo stesso tema, ma da una prospettiva diversa: se il problema non fosse la mancata condivisione di una notizia da parte di una associazione, ma il singolo che decide, volontariamente, di rompere la catena della condivisione?

La partecipazione a progetti sociali di tipo volontaristico (o no profit) è, anche fra i giovani, aumentata in modo abbastanza interessante negli ultimi anni, soprattutto in ambito sportivo, culturale, ricreativo e ambientale. Questa crescita considera anche settori sociali che si interessano di persone in difficoltà (come anziani o bambini) o affrontano questioni socio-sanitarie (malati o temi quali la donazione di sangue, midollo o organi), ma in modo più timido perché sono ambiti che pongono problemi dal forte impatto emotivo, dove si richiede un coinvolgimento personale, responsabile e che mette di fronte il volontario a domande etiche. Le considerazioni che qui ho fatto, principalmente tratte dalla lettura di fonti specifiche, sono perfettamente adattabili alla mia esperienza personale nell’ambito dei social network. Ora vado a spiegarmi, strutturando il mio pensiero in due punti.

Primo punto: collaboro, come sapete, con RFBS da ormai due anni. Molto di quello che viene pubblicato nella Pagina FB di RFBS, io lo condivido. Non solo i miei articoli, ma anche video, immagini e notizie. Lo faccio perché lo desidero, perché spero di poter dare il mio piccolo apporto alla catena dell’informazione e della condivisione e perché, ormai, mi è difficile scindere la mia vita personale da quella associativa. Eppure, in due anni, tutto ciò è stato raramente a sua volta condiviso o, passatemi il termine, “mipiacciato” (escludendo le persone con cui condivido questo percorso nel mondo della donazione). Cosa significa questo? Che la catena della condivisione si è spesso spezzata. Certo, ciò non significa che ciò che condivido non viene letto o visto, ma nemmeno che si espande trovando la propria strada nella rete. E’ vero anche che le esperienze e le sensibilità sono sempre diverse e come io ho trovato la mia espressione personale nel tema della donazione di sangue, altri possono essersi attivati in ambito diverso, ma qui arriviamo al secondo punto. A mia volta, mi è capitato rarissimamente di vedere condivisioni di altri temi sociali. Questa dichiarazione non vuole essere una verità assoluta e non si pone nemmeno come un’accusa, ma tiene sì conto di una certa tendenza generale a condividere principalmente notizie su temi politici (apro parentesi: spesso i temi sociali discussi in ambito politico non permettono una vera informazione perché non sono affrontati in modo lucido e disinteressato), eventi sportivi, di altro vario genere e poco altro. Non è un male totale, sia chiaro, ma la rete può offrire molto di più se il singolo lo volesse davvero.

I temi socio-sanitari non sono di moda, diciamocelo. E non credo che si tratti di una presa di posizione totalmente in malafede, ma è comunque una scelta che è consapevole: “decido di non interessarmene. Ho un X motivo e non lo faccio”. Forse tutto sta nel fatto che condividere una notizia su uno specifico problema sociale, ci mette di fronte a temi e questioni negative. Significa ammettere, nel proprio profilo di Facebook, che la vita sa essere anche ingiusta, a tratti dura e che le cose brutte non succedono solo agli altri. Ci sentiamo esenti a priori dalla brutture della vita che, invece, possono toccare tutti noi e non solo i più emarginati. Sospetto che manchi l’idea che la collettività è formata da singoli e che una collettività che sta bene è un singolo che sta bene (o che se sta male, ha molte più possibilità di cambiare in positivo la sua sorte).

E’ stato ben detto che “il volontariato è l’anello che congiunge chi sta bene con chi sta male”: spezzando la catena della condivisione, si va proprio a rompere questo importante anello. Se manca una corretta informazione non si può creare consapevolezza. Vi porto un esempio personale: in una conversazione, con un gruppo di amici, a cui spiegavo le caratteristiche del progetto RFBS, nel momento di andare a elencare le difficoltà che vivono le Avis e perché serve molta promozione, ho scoperto che, ai più, era sconosciuto il fatto che le donazioni non coprono totalmente il bisogno di sangue e che questa disparità generale si aggrava durante la stagione estiva. E’ un fatto che fa riflettere perché significa che molti pensano che il loro apporto di singolo non sia importante o non che faccia la differenza. Perché questa disinformazione? Quante volte ne ho parlato nei miei articoli o la stessa RFBS si è espressa a riguardo? La catena della condivisione, e dell’informazione, qui si è semplicemente spezzata.

L’informazione non basta, ma è essenziale: per produrre cambiamento servono fatti (dunque impegno in forma volontaria, collaborativa, servizio civile, tirocinio, stage o altro), ma la sensibilizzazione e la consapevolezza di un determinato problema sociale sono tappe imprescindibili per creare dibattiti – e quindi soluzioni – a necessità collettive.

Concludo queste riflessioni con la speranza che – mentre scrivo – qualcuno stia condividendo una notizia o un progetto sociale. Non credo sia un pensiero vano: proprio questo fine settimana si è concluso a Olbia, il Meeting Nazionale Giovani Avis e loro sono la rappresentazione che se la catena da qualche parte si è spezzata, in altri punti è, invece, molto solida. Di questa solidità dobbiamo farne tesoro, ma non pensare che basti.

Se volete contribuire aprendo un dibattito sul tema, segnalarmi qualche pubblicazione interessante che affronta questi argomenti, mandarmi le vostre opinioni o esperienze in ambito sociale (tema della donazione, ma anche non), potete farlo all’indirizzo: ufficio.stampa@risofabuonsangue.it.
Io vi aspetto!

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