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Intervista ad Enrico Nadai, cantante solista

05 Giu

Continua la serie di interviste che ci daranno la possibilità di conoscere meglio gli artisti Riso Fa Buon Sangue. E’ il turno di Enrico Nadai, cantante solista di Farra di Soligo (Tv).

Non penso che Enrico abbia bisogno di lunghe presentazioni, essendo ormai conosciuto a livello nazionale. Inoltre, data la profondità di alcune tematiche toccate, preferisco non aggiungere nulla a quanto segue, in modo che, ognuno di voi, possa farsi liberamente ispirare dai molteplici rimandi e riferimenti letterari presenti.

D: Ciao Enrico, come stai? Sei diventato famoso al grande pubblico grazie alla tua partecipazione a programmi televisivi quali Io Canto e X-Factor… ma no! Sono sicura che già in tantissimi ti abbiano intervistato su queste tematiche! Invece di guardare al passato, ti chiedo: chi è Enrico Nadai, adesso?
R: Sto bene, grazie Sofia. Per descrivermi in poche parole: sono un cantante e uno studente di filosofia che coltiva anche il piacere della scrittura.

D: La fama. Davvero così inebriante come dicono? Oppure un calice dolce-amaro?
R: L’esaltazione che provoca la fama è una cosa momentanea. Chi ne resta inebriato per lungo tempo, non ne coglie la transitorietà.
Io spesso provo un vago dispiacere per non corrispondere mai al motto di quel saggio che invitava a vivere nascosti, che è l’esatto contrario dell’essere famosi!

D: Come cantante, ti sei spesso accostato al tema della fede partecipando, con il brano “Santa famiglia di Nazareth”, alla realizzazione del disco “Wake Up”, dedicato a Papa Francesco. Inoltre, ti sei esibito a Betlemme e a Roma. A partire anche dalla tua attuale frequentazione della Facoltà di Filosofia a Padova, ci puoi spiegare che tipo di rapporto hai con la spiritualità?
R: Le radici della musica sono sacre e l’Occidente ha quasi completamente rimosso questo legame con la sacralità. Ma non bisogna dimenticare che tutti i più grandi compositori hanno avuto Dio come loro interlocutore. Oggi ci si preoccupa che la musica piaccia al grande pubblico, per esigenze di mercato: immaginiamo di fare musica affinché questa piaccia ad un Dio. Non sarebbe più nobile? I risultati non sarebbero migliori?

D: Quanto è stato scontato intraprendere un determinato tipo di cammino artistico, essendo un figlio d’arte?
R: Non era così scontato, in quanto i miei interessi fino a non molto tempo fa mi orientavano verso ben altre cose. Tuttavia è importante avere una famiglia che faccia respirare la presenza dell’arte, anche quando questa resta sullo sfondo delle nostre comuni attività. Si tratta del mio caso! Sono certo che l’arte riesca a generare cose straordinarie nell’anima di chi se ne interessa.

D: La tua famiglia segue con molto affetto e impegno la tua carriera e gli spostamenti che essa implica. Io stessa sono ormai abituata a considerare tuo padre, il Maestro Giancarlo Nadai, come parte integrante della carovana RFBS. In merito allo spettacolo RFBS in programma il 10 giugno a Este (Pd), la sua presenza non sarà solo opzionale perché avrà un ruolo importante nella realizzazione dello stesso. Questa collaborazione dinamica fra i vari membri della tua famiglia, è sempre esistita oppure si è sviluppata con il tempo?
R: La mia famiglia mi ha sempre seguito con grande sollecitudine. Loro lavorano da sempre su questo campo, dunque mi forniscono l’opportunità di imparare ogni volta cose nuove.

D: Durante le varie esibizioni, il tuo corpo fisico è sul palco, ma la tua mente che viaggio ha intrapreso nel frattempo? Ovvero, che sensazioni provi mentre canti?
R: Questa è una domanda che spesso sento porgere e le risposte non mancano mai di essere ridicole. Non c’è mai una sensazione univoca, a dire il vero. Ogni contesto ne fornisce di differenti. Ci sono occasioni in cui si pensa alla reazione della gente sotto al palco, altre in cui si teme di sbagliare, altre in cui si sceglie di rivolgere un brano ad una persona nella speranza che le parole cantate possano penetrarle il cuore, anche se non dovesse essere lì presente, in ascolto.

D: Spesso, intervistando un artista, mi è capitato di domandare: “se tu non avessi intrapreso questa carriera, cosa avresti fatto?”, ma sei giovane e ti stai costruendo la tua strada proprio ora. Però mi piacerebbe sapere se, oltre il canto, c’è altro che ti appassiona e che potrebbe in futuro, forse, diventare una professione.
R: Sono un lettore incallito e, come dicevo in precedenza, amo quel faticoso travaglio che è la scrittura. Mi definisco bibliomane e bibliofilo. Dunque sicuramente mi piacerebbe una professione affine a tutto ciò. Non si deve dimenticare però che il nostro destino ci dirige dove gli pare e che la nostra vita non è fatta di solo lavoro. Gli sconvolgimenti più grandi dell’esistenza, come gli amori o le disgrazie, possono portarci a compiere attività che non avremmo mai creduto di fare.

D: Veniamo alla collaborazione con Riso Fa Buon Sangue. Enrico Cibotto, direttore artistico, ti volle con noi e…ricordi le prime impressioni di quell’incontro? Che idea ti eri fatto del nostro progetto?
R: Ricordo la gentilezza e la semplicità con cui Enrico mi parlò del progetto di Riso Fa Buon Sangue. Tante volte in questo mondo si trovano dei fastidiosi millantatori, ma grazie al cielo non è mai stato il suo caso! Io accettai immediatamente, sposando fin da subito la causa.

D: “Rido” è il singolo, scritto dal Maestro Dino Doni, che canti ai nostri spettacoli. Tu, nella vita reale, sei una persona solare? Ridi molto, anche davanti alle sfide della vita, o sei di inclinazione più pessimista?
R: Per ogni cosa c’è il suo momento: un tempo per piangere e un tempo per ridere. Solitamente mi dipingono come pessimista, quasi avessi un atteggiamento di disprezzo e sfiducia nei confronti di qualsiasi cosa. Non so se sia vero, ma mi venga concessa una citazione di Nietzsche, quando scriveva: “Io amo i grandi disprezzatori perché sono i grandi veneratori”.

D: Sei l’unico cantante in un cast di demenziali comici, come ti trovi in nostra compagnia? (puoi essere sincero, non ce la prendiamo. Sappiamo di essere, spesso, al limite della follia!)
R: Ci si trova davvero bene, e lo dico senza tante sviolinate!

D: Due Tour con noi: quali i momenti più belli? C’è mai stato qualche episodio che ricordi con imbarazzo?
R: Sono stati molteplici i momenti belli. Il migliore si è verificato quando il nostro direttore artistico mi ha consegnato un riconoscimento al termine dello scorso tour. Di episodi imbarazzanti, invece, ce ne sono stati molti meno, per questo li ricordo con più facilità. Ma è meglio non scendere nei particolari, per quanto sarebbe simpatico farlo…

D: Al di là della tua bravura, che tutti gli amici lettori possono testare a uno dei nostri prossimi spettacoli, hai un ruolo centrale nel progetto RFBS, riuscendo ad avvicinare tanti giovani al tema di cui siamo promotori. Essere legato ad un determinato tipo di format sociale, come il nostro, è un limite oppure no?
R: Io non trovo assolutamente sia un limite. Anzi, le barriere poste da tanti spettacoli stanno nel fatto che non hanno uno scopo ben stabilito. RFBS un fine ce l’ha, molto chiaro, quello di coinvolgere alla donazione del sangue.
E poi, quando mai fare del bene, anche attraverso le arti, è un limite?

D: Hai un rapporto molto intimo e forte con la lettura, infatti porti sempre con te un libro. Come ultima domanda di questa intervista, ti chiedo di consigliarci un titolo che abbia come tema il DONO, universale valore dalle mille sfaccettature.
R: Rispondo a questa domanda in modo radicale: chi voglia imparare a donare legga i Vangeli. Il resto è letteratura secondaria.

Ringrazio di vero cuore Enrico per la disponibilità dimostrata. Lo ascolteremo il 10 giugno ad Este (Pd), ma non temete perché resterà con noi per tutto il Tour 2017!

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